Approfondimenti | Valli Po, Bronda e Infernotto

LA QUARZITE

Dal massiccio roccioso del Montebracco è estratta la quarzite, materiale noto in tutto il mondo ed esportato soprattutto nel Nord America. Labuona resistenza, impermeabilità e durevolezza verso gli agenti più corrosivi fanno di questa pietra un materiale apprezzato per  pavimentazioni, rivestimenti ecoperture.

Già Leonardo da Vinci parlò di una miniera ai piedi del Monviso, di pietra faldata, forte e dura, che rimase di proprietà dei frati trappisti della locale Certosa, fino all’avvento napoleonico. Grazie a questa autorevole citazione, il Montebracco si è guadagnato l’appellativo ricorrente di “Montagna di Leonardo”.

Tra il XVII ed il XVIII secolo, le cave lavorarono a pieno ritmo per soddisfare le esigenze di grandi architetti quali Guarini, Juvarra, Gallo ed Alfieri, in utilizzi che ancora oggi abbelliscono il nostro territorio: dalle torri Guariniane del Castello di Racconigi al salone del primo parlamento subalpino in Palazzo Madama, dal Castello di Stupinigi alla Reggia di Venaria.

L’estrazione di quarzite rappresenta da secoli un’attività economica rilevante per le comunità di Sanfront e Barge, unite e al contempo divise dal massiccio montuoso del Montebracco. Attualmente le cave coltivate sono due e la gamma di colori presenti è ormai esigua; si possono trovare il prezioso giallo oro, il pallido giallo paglierino, il più comune grigio e il raro grigio oliva. Giacimenti di quarzite si ritrovano anche in Brasile, anche se le sfumature di colore fanno della pietra del Mombracco un unicum a livello mondiale.

I primi dati certi sull’ utilizzo del materiale risalgono al 1374 circa, agli statuti concessi da Amedeo VI di Savoia alla cittadina di Barge circa, nei quali veniva ordinato di mantenere in buono stato i sentieri che portavano dalla città alle cave sul Monte Bracco. Il profondo legame della comunità locale alla lavorazione della quarzite, è valsa al minerale l’appellativo ricorrente di “Bargiolina”.

 

IL VINO COLLINE SALUZZESI

La storia della  viticoltura del Saluzzese, risale a tempi antichissimi: le recenti esplorazioni dell’Università di Torino che hanno condotto alla straordinaria scoperta di una vasta villa rustica di età romana a Costigliole Saluzzo hanno riportato alla luce una vera e propria azienda agricola di età imperiale attiva tra il I e il III secolo d.C., che  ospitò anche un impianto vinicolo, il primo noto in Piemonte per quest’epoca. L’area di produzione dei vini delle colline saluzzesi comprende numerosi comuni ed è particolarmente favorita dal punto di vista climatico. Il vitigno Pelaverga, il più noto e documentato fin dai tempi dei romani, fu apprezzato in particolare dal Papa Giulio II a cui veniva inviato in dono dalla marchesa Margherita di Foix, come annotato da Giovanni Andrea del Castellar nel suo Charneto. Tale vitigno è presente soprattutto in Valle Bronda. La coltivazione del Quagliano, altro vitigno autoctono della zona  documentato per la prima volta nei bandi campestri della città di Busca pubblicati nel 1721, è localizzata soprattutto lungo la dorsale collinare che da Saluzzo arriva fino a Busca e in particolare a Costigliole Saluzzo.

Le uve prodotte con passione ai piedi del Monviso hanno ricevuto nel 1996 il prestigioso riconoscimento della D.O.C. Colline Saluzzesi. il Consorzio per la Tutela e dei Vini Colline Saluzzesi, che riunisce i produttori di zona, trova nell’unicità del proprio terroir un motivo di grande orgoglio e un nuovo slancio corporativo. L’obiettivo comune è di elaborare nuove strategie per la diffusione e la conoscenza dei vini Doc , soprattutto all’interno di una nicchia di mercato, sempre più presente, composta da consumatori alla ricerca di vini insoliti, prodotti in zone vitivinicole sconosciute e realizzati da  piccoli produttori che ancora mantengano saldo il rapporto con la terra.

 

IL BUCO DI VISO

Il Buco di Viso venne fatto costruire, a 2.282 m di altitudine sotto il Colle delle Traversette, dal Marchese di Saluzzo Ludovico II, illuminato governatore del Marchesato fino al 1504. Il regnante sottoscrisse un dettagliato accordo per il cofinanziamento dell’opera e per il successivo trasporto delle merci tra la Valle Po e l’adiacente Valle del Guil, nel Delfinato.

Dal giorno della sua apertura, avvenuta nel 1480 dopo cinque anni di scavi, la prima galleria delle Alpi consentì così di accelerare il passaggio dal Saluzzese verso la Francia, lungo una delle storiche Vie del sale, evitando i tratti terminali più esposti del vecchio percorso al Passo delle Traversette.

Il nuovo tracciato non consentì, tuttavia, solo il trasporto a dorso di mulo del sale proveniente dalla Provenza e di altre merci, ma anche il transito delle truppe militari e l’accesso dalla Francia verso la pianura piemontese.

Il traforo, costruito con l’impiego di “ferro, fuoco, aceto e acqua”, era originariamente lungo 105 m, per 3 m di larghezza e oltre 2 di altezza. Nei secoli subì ripetuti danneggiamenti, dovuti al crollo parziale degli ingressi, alle frane o alle valanghe, più frequenti sul lato francese, che ne ostruirono il passaggio,

I conflitti che si susseguirono e le scelte politiche dei regnanti, dai Marchesi di Saluzzo, che governarono fino al 1548, ai Francesi e infine ai Savoia, furono decisivi per la chiusura,   che in alcuni casi durò decine di anni, o la riapertura del Buco di Viso.

Nel 1973, con contributi privati, la galleria venne resa nuovamente percorribile anche per l’escursionista che, grazie ai più recenti lavori di ripristino del 1998, può transitare dal versante italiano, con qualche attenzione per i tratti ghiacciati e munito di torcia elettrica, fino all’uscita in territorio francese, dove peraltro il passaggio si fa più stretto.

Il 15 ottobre 2014 il Buco del Viso è stato riaperto al termine di un’estate di chiusura per lavori finanziati dalla Regione Piemonte, che ha messo definitivamente fine alla ciclica alternanza  di crolli e riaperture con un cunicolo in cemento armato che accompagna il camminatore per ulteriori 23 metri nel ventre della montagna, consentendo il superamento dell’area maggiormente soggetta ad ostruzione.  Un intervento imponente che ha sollevato un vivace dibattito circa l’opportunità di migliorare la percorribilità  di un’opera che rappresenta, a prescindere dalla sua agevole praticabilità, un monumento alla storia del luogo e della sua gente.

 

LE SORGENTI DEL PO

GiàEridanos, secondo Virgilio nel I sec., Bodincus, per i Liguri, e Padus per i classici, il fiume Po e le sue origini sono richiamate e descritte anche nell’Inferno di Dante (XVI canto):

Come quel fiume c’ha proprio cammino

prima del Monte Veso ‘nver’ levante,

da la sinistra costa d’Apennino.

 

Tralasciando più recenti celebrazioni, le sorgenti del maggior fiume italiano richiamano anche oggi folle domenicali che, dopo la tortuosa e stretta strada di accesso, raggiungono la spianata di origine glaciale del Pian del Re, a 2020 m nel comune di Crissolo, non sempre rispettose delle particolarità naturalistiche del luogo e consce della sua fragilità.

Oltre alla sorgente ufficiale, che sgorga sulla destra orografica della conca glaciale, forse alimentata direttamente dal ghiacciaio Coolidge, posto sul versante nord-orientale del Monviso, sono in realtà numerose le “risorgive” che alimentano il Po.

Queste, nell’insieme, contribuiscono a creare una sorta di rete acquifera che dà origine, a valle dei pascoli, ad un’ampia torbiera, habitat particolare e assai raro, ritenuto meritevole di conservazione dalla Società Botanica Italiana fin dal 1977.

L’ambiente umido, presente con altri due soli esempi nelle Alpi piemontesi, ospita specie vegetali relitto molto rare, testimoni dell’ambiente artico che raggiunse l’arco alpino occidentale durante le glaciazioni dell’era quaternaria.

In ambito faunistico, oltre agli ungulati e accanto ad alcuni insetti rari, nell’area del Pian del Re spicca per importanza la Salamandra alpina o nera, unico anfibio europeo viviparo. A distribuzione molto ristretta, predilige le praterie pietrose o i margini della torbiera, nel periodo che va da giugno all’inizio di ottobre, prima del letargo.

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